Erasmus e convalida esami

10/12/2009

ogni tanto mi chiama la segreteria didattica per chiedermi di convalidare esami sostenuti durante un periodo Erasmus di studi all’estero. Devo confessare che la prima tentazione è di dire sempre “sì, va bene“: un esame orale in meno è un piacere visto che, tra una cosa e l’altra, si tratta di più di un’ora per Editoria multimediale e più di mezz’ora per Nuovi media. La mia pronta disponibilità di raffredda alquanto quando sbircio i programmi che lo studente avrebbe seguito all’estero. In alcuni casi già il titolo dice che si tratta di tutt’altro, in altri casi il contenuto è ben lontano da quello dei miei corsi. E così tentenno…

Alcuni studenti hanno intuito questo rischio e quindi chiedono un’approvazione preventiva. In questo caso la cosa migliore sarebbe che, dopo aver visto il sillabo del mio corso (Nuovi media sillabo o Editoria multimediale sillabo), mi inviassero il programma del corso che intendono seguire come equipollente.

Una nota finale: se hai presente i programmi dei miei corsi ti sarai reso conto che hanno un taglio pragmatico e utile. Forse non si fa un grande affare a rimpiazzarli con l’ennesimo corso di taglio “teorico”… Ma se sai già quello di cui parlo in aula dimmelo e sarò felice di non vederti all’esame.


MIT fa marketing con i blog degli studenti

10/05/2009

Leggo su New York Times ( articolo di Tamar Lewin M.I.T. Taking Student Blogs to Nth Degree) che il MIT usa i blog dei suoi studenti come strumento di marketing:

MIT > Student Blogs

MIT > Student Blogs

Non è un caso isolato:

Dozens of colleges — including Amherst, Bates, Carleton, Colby, Vassar, Wellesley and Yale — are embracing student blogs on their Web sites, seeing them as a powerful marketing tool for high school students, who these days are less interested in official messages and statistics than in first-hand narratives and direct interaction with current students. (cit.)

Mi sembra un’idea interessante che varrebbe la pena copiare: ma forse qualcuno che tu sai lo fa già. Ah dimenticavo: al MIT gli studenti bloggers vengono pagati 10$ all’ora per 4 ore alla settimana. Se hai un blog che pubblica contenuti interessanti perché non ti proponi alla preside per l’anno prossimo?


OECD Education at a Glance 2009

09/11/2009

è da anni una risorsa eccellente per chiunque voglia parlare di scuola e università in un’ottica comparativa. Come già per le precedenti edizioni, anche Education at a Glance 2009 è disponibile gratis in formato pdf (3,7 Mb): un e-book di 475 pagine ricco di grafici e tabelle di dati, realizzato in maniera esemplare ( scheda volume).

Guarda ad esempio il grafico seguente e la posizione dell’Italia per quanto riguarda l’indicatore studenti per docente: nelle scuole secondarie (inferiori e superiori) i nostri valori (circa 10 studenti per docente) sono ben inferiori a quelli degli USA, mentre a livello di istruzione terziaria (università) siamo a circa 20 iscritti per docente.

OECD, Education at a Glance 2009, p. 375.

OECD, Education at a Glance 2009, p. 375.

BTW: i dati dell’edizione 2008 mostravano come l’Italia fosse un caso limite per quanto riguardava la spesa per studente universitario ( post La spesa per studente nei dati OECD). E’ ancora così un anno più tardi?

Come puoi intuire, questa pubblicazione può essere la fonte primaria per ottime tesine della laurea triennale che vogliano analizzare aspetti del sistema scolastico e universitario italiano basandosi su dati e indicatori. Scegli un set di indicatori per alcuni paesi e presenta i dati con grafici essenziali: sarebbe un’ottima occasione per apprendere un saper fare raro.


Consigli per l’università

09/08/2009

negli USA i corsi all’università sono già iniziati e così il New York Times sta pubblicando brevi articoli, assai utili e interessanti: consigli da parte di chi all’università c’è da un po’ di tempo. Certo, molti di questi consigli presuppongono un’ampia facoltà di scelta da parte dello studente: una situazione normale nelle università USA ma ben lontana dalla nostra, caratterizzata dall’obbligatorietà di molti, troppi corsi. Comunque, ci sono vari titoli che, da studente, sarei corso a leggere:

NYT > College advice

NYT > College advice


Help wanted per sito web

09/07/2009

il prof. Stefano Calabrese (UNIMORE > Facoltà di Scienze della Comunicazione e dell’Economia) cerca uno studente capace per fare alcuni ritocchi alle pagine web del sito della scuola di dottorato: è previsto un compenso.

Chi fosse interessato può scrivere una mail al professor Stefano Calabrese calabrese@unimo.it


Riunire i programmi dei corsi in un unico file pdf

09/07/2009

usando Adobe Acrobat è un processo semplice e foolproof come sa qualsiasi studente che abbia seguito il corso di Nuovi media ( Lezione Strategie di ricerca) o di Editoria multimediale ( Lezione Catturare le pagine web con Acrobat). Non capisco quindi perché non lo si faccia per i programmi degli insegnamenti di un corso di laurea. Mi riferisco in primis al corso di laurea di Scienze della comunicazione: mettere insieme i programmi in un solo file pdf permette di avere un quadro di insieme, di confrontare tra loro i programmi e di aggiungere note e commenti (ricercabili). Un file cumulativo del genere dovrebbe essere molto utile non solo a chiunque abbia compiti di direzione e organizzazione ma anche ai semplici utenti.

UNIMORE_SCO_2009_pdf

UNIMORE_SCO_2009_pdf

Bon: detto fatto! Ecco qua il file UNIMORE_SCO_2009-2010 (2 Mb) prodotto da Acrobat tramite la funzione Create PDF > From Web Page (scegliendo 2 livelli). Ovviamente non sono stato a perdere tempo ripulendo il file così ottenuto da parti inutili. E lascio a te la possibilità di inserire commenti, rilevare difformità e incongruenze, indicare possibili miglioramenti.

Ah dimenticavo: il costo di produzione e diffusione di un file siffatto è zero. Perché molte università non realizzano le guide di facoltà e di ateneo in questo modo invece di buttare via tempo e soldi con la carta? Mah!


Settimana di esami

08/31/2009

martedì, mercoledì e giovedì ci sono gli ennesimi appelli di esame: l’elenco degli iscritti ha avuto il solito andamento sussultorio di iscrizioni e cancellazioni. Adesso le liste sono chiuse e, come sempre, qualcuno non si presenterà. Mi capita ancora di interrogarmi sul senso di 7 appelli all’anno ( post La Lotteria Italia degli esami e Il paese del voto rifiutato) e sul fatto che alcuni arrivino all’esame a distanza di anni ma ormai sono lesto a scacciare da me questi pensieri fastidiosi. That’s the way here.


Uno spunto per la tesi

08/25/2009

Lo stato problematico dell’università italiana emerge dai dati statistici ma anche da elementi qualititativi e dall’esperienza quotidiana. Qualche giorno fa ho ricevuto una mail:

Gentile docente,
al contrario di quanto immagina non sono una sua studentessa, bensì una laureanda specialistica presso l’università Bocconi di Milano. Le scrivo in primo luogo per farle i miei complimenti sul sito che ha realizzato…è una bellissima vetrina sul mondo, con tanti spunti interessanti. Vuole sapere come ci sono finita? Dopo essere tornata da un erasmus a Parigi mi sono trovata a studiare nel torrido mese di Agosto per quello che deve essere il mio ultimo esame prima della tesi finale. L’unico problema è che non trovo uno spunto serio per la mia tesi. Mi sto specializzando in organizzazione aziendale e risorse umane e questo è il punto da cui partire. I docenti che ho contattato mi hanno detto di tornare da loro con un’idea, un caso etc…sembra facile…vorrei fare una tesi sperimentale che possa analizzare un “caso aziendale” o nell’ambito delle risorse umane o in quello dell’organizzazione aziendale o di grandi eventi (ma difficile reperire contatti)…lei osa mi consiglia?
Ad una mail così ho risposto nel solo modo sensato:
buongiorno XYZ,
la ringrazio per le sue parole di apprezzamento per il mio blog. Mi dispiace, ma non sono in grado di aiutarla per la sua tesi a causa di due motivi:

  1. non ho nessuna competenza di organizzazione aziendale
  2. anche se l’avessi, non sarebbe corretto farle da “tutor” scavalcando colleghi di un altro ateneo.
La tesi è un problema per la maggior parte dei laureandi italiani ma poi quasi tutti lo risolvono.Vedrà che ce la farà.
Accipicchia: se una laureanda della mitica Bocconi si prende la briga per scrivere una mail ad un perfetto sconosciuto come me c’è proprio qualcosa che non va… Anche lì gli studenti arrivano al momento di iniziare la tesi senza sapere cosa e come fare. Eppure un modo c’è: partire da un libro esemplare e usarlo come modello di riferimento. Domanda: ma i libri esemplari vengono ancora letti nei corsi universitari?

Studenti frequentanti e valutazione della didattica

08/03/2009

Nel 2009 come già nel 2008, 2007, ecc. gli studenti hanno compilato il solito questionario di “valutazione della didattica”.  Un tempo il questionario veniva distribuito e compilato durante una lezione e quindi riguardava studenti che, almeno in quella circostanza, erano frequentanti. La rilevazione così effettuata costava tempo e denaro: molto più semplice ed economico prevedere una rilevazione on-line. Si è così deciso di prevedere due questionari on-line: uno per gli studenti frequentanti e un altro per i non frequentanti: quello che vedi qui sotto è il questionario compilato dagli studenti frequentanti.

UNIMORE > Questionario di valutazione della didattica

UNIMORE > Questionario di valutazione della didattica

L’appartenenza alla categoria frequentanti è decisa dallo studente stesso: non è necessario aver frequentato tutte le lezioni, può bastare pensare di essere stato a lezione per una lezione su due (o anche meno di una su due).

Curiosa anche l’idea di raccattare dallo studente la stima del numero (medio) di frequentanti: non era più sensato chiedere al docente quanti studenti aveva in aula? Forse non l’hanno fatto perché si rendono conto che nessuno di noi è in grado di fornire il dato a meno che non abbia sempre rilevato le frequenze…

Comunque sia questi due dati (% di lezioni seguite e numero medio di frequentanti stimato dallo studente) non mi vengono forniti.


La scuola ha smesso di insegnare

07/23/2009

è il titolo di un articolo di Luca Ricolfi che leggo su La Stampa di oggi 23 luglio.

[...] la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria [...]

E’ vero: negli esami (orali) che ho fatto questa settimana ho avuto la stessa impressione. Eppure le cose che chiedevo avevano a che fare con quello che dovrebbe essere il mondo naturale di un ventenne di oggi: Internet. Di chi è la colpa? Anche mia:

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.


Andare all’estero fa bene

07/23/2009

in questo periodo dell’anno centinaia di migliaia di giovani e adulti stanno valutando i corsi di laurea su cui dirigersi. Il mio consiglio è di “andare all’estero” magari solo virtualmente: perché non vedere cosa offrono e come si presentano gli atenei di altri paesi dell’Unione Europea? Il confronto di ciò che abbiamo in casa con ciò che esiste altrove non può che esserci utile: così facendo diventiamo “consumatori” più scaltri. E’ un po’ come quando dopo anni di acquisti nel negozio sotto casa cambiamo negozio e, perché no, andiamo in un supermercato.

Non ti sto dicendo di andare a vedere cosa offrono le università USA: quelle costano un sacco di soldi e sono dall’altra parte dell’oceano. Ma perché non dare un’occhiata alle università Inglesi? Il sito Education UK è un’ottima porta di accesso all’offerta formativa nel Regno Unito:

EDUCATION UK > Search

EDUCATION UK > Search

Guarda, ad esempio, quanti corsi post-laurea in Photography ci sono a Londra e osserva la quantità di informazioni che questo sito ti mette a disposizione:

EDUCATIONUK > Search >Photography London

EDUCATION UK > Search >Photography London

Altre informazioni sull’offerta formativa del Regno Unito sono disponibili sul sito di UCAS (l’ente responsabile per l’ammissione alle università di quel paese)( sito web). I dati delle indagini effettuate sui laureati forniscono utili elementi per confrontare i corsi offerti dalle diverse università.


Diventare giornalista a Milano

07/20/2009

Il 7 agosto si chiudono le domande di ammissione alla scuola (master) di giornalismo dell’Università di Milano ( sito web). Ci sono capitato per caso e curiosità. La curiosità è aumentata quando, dopo aver dato un’occhiata ai corsi e ai relativi programmi (mmhhh…): caspita che frammentazione! Comunque mi sembra interessante la commistione fra accademici e giornalisti di professione. Curiosità in crescita netta quando ho visto che esisteva una pagina dedicata agli studenti: qui trovi l’elenco degli iscritti e per ciascuno puoi scaricare una paginetta pdf con la sua foto e presentazione. Interessante. Un’unica domanda: perché per programmi e studenti non hanno pensato bene di riunire tutte queste paginette pdf in un unico file cumulativo? Boh!


Yale University e la crisi

07/18/2009

Yale University ( sito web) è una delle più prestigiose e ricche università USA: la crisi in corso sta colpendo i suoi piani di sviluppo. L’università ha deciso di rinviare la costruzione di nuovi edifici per complessivi 2 miliardi $. Per gli studenti undergraduate che si iscriveranno il prossimo settembre le spese annue di frequenza e mantenimento superano ormai i 50.000$. Questi e altri dati su Yale e Harvard in questo articolo di Bloomberg. Lo stesso sito, alcuni giorni dopo, ha pubblicato un altro articolo sul tema (Endowment Losses From Harvard to Yale Force Cuts) dove trovi ulteriori dati e notizie sugli effetti della crisi anche su altre università.

Su Yale University segnalo, tra l’altro:

  • il factsheet (dati principali): per fornire a tutti (giornalisti, studenti, genitori, ecc.) un quadro completo dell’ateneo
  • i bulletin o catalogs (guide di facoltà) che, guarda un po’, contengono anche una descrizione sintetica di tutti i corsi offerti (ma questo avviene in qualsiasi università USA non solo a Yale).

Tornano i nomi di fianco ai voti

06/06/2009

a Unimore come altrove è prassi per “non violare la privacy” non pubblicare esiti degli esami con i nominativi. L’ho sempre trovata una cosa bizzarra come tante altre ma mi sono adeguato seguendo l’esempio di G. Garibaldi: obbedisco. E’ quindi con stupore e sollievo che un paio di giorni fa ho letto sul Corriere della Sera: “Alla maturità torna il tabellone con i voti“. La novità è stata introdotta dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (ordinanza ministeriale n. 40, art. 21). Nello stesso articolo trovo un ulteriore elemento di conforto leggendo quanto dichiara in proposito il prof. Francesco Pizzetti, Garante della privacy ( sito web):

«Da diversi anni — precisa Francesco Pizzetti — insistia­mo sul fatto che nessuna nor­ma di protezione dei dati im­pedisce la pubblicazione dei voti». Anzi: «Personalmente — continua Pizzetti — ho sempre ritenuto opportuno rendere pubblico il punteggio finale. E questo ai fini della trasparenza dell’operato dei docenti, del controllo sull’esa­me da parte dell’opinione pubblica, di un incentivo per i ragazzi e di un riconoscimen­to degli sforzi da loro fatti. Sia­mo contenti che il ministero dell’Istruzione sia tornato ad adottare certe misure»

Fin qui tutto bene. Chissà che nel giro di qualche anno non si ritorni a pubblicare i voti anche all’università. Staremo a vedere.

NB: trovo bizzarra la prassi di non indicare il nome di fianco agli esiti degli esami scritti visto che l’esito di una prova di esame orale è sempre comunicato verbalmente allo studente esaminato davanti ai suoi compagni i quali sanno così chi è e che voto ha meritato il loro compagno.


I laureati italiani sono soddisfatti delle loro università

06/04/2009

è quello che emerge dall’indagine del consorzio AlmaLaurea sui laureati italiani del 2008. Visto che molti sparano a zero sulle lauree triennali vediamo qualche dato relativo ai 100.245 laureati delle lauree brevi che hanno preso parte all’indagine (su una popolazione complessiva di 109.140 laureati)( profilo dei laureati triennali per facoltà).

I dati sulla soddisfazione per gli studi seguiti sono contradditori rispetto all’immagine negativa che l’università italiana ha sui media: l’86% si dichiara soddisfatto o abbastanza soddisfatto del corso di laurea seguito (il 34% è “decisamente soddisfatto”, il 52% si dichiara “più sì che no”).

Quello che ho appena riportato è il valore medio globale: come è intuibile ci sono differenze tra le facoltà. La quota di laureati “decisamente soddisfatti” tocca il livello minimo nelle facoltà di Architettura (16%) e Scienze della Comunicazione (19%) mentre supera il 50% a Chimica Industriale (54%), Scienze Biotecnologiche (52%), Economia e gestione Aziendale (68%), Scienze sociali (59%), Scienze statistiche (54%). E comunque sia anche nelle Facoltà di Comunicazione il 74% dei laureati triennali del 2008 si dichiara “soddisfatto o abbastanza soddisfatto”.

Come spiegare questa diffusa soddisfazione per un’esperienza in un’istituzione tanto spesso criticata? Penso che la soddisfazione dipenda dai punti di riferimento posseduti dai laureati: famigliari e personali.

  • Punti di riferimento famigliari: quando ero studente ricordo che parlavo con mio padre delle condizioni di studio e di lavoro in università. La mia esperienza di studente di Scienze Politiche nei primi anni ‘70 era distante anni luce da quella che aveva fatto mio padre come studente del Politecnico di Milano 40 anni prima. Questa occasione di confronto manca a molti laureati di oggi: 4 laureati su 5 sono figli di genitori non laureati che vedono l’università come un’entità mitica.
  • Punti di riferimento personali: quando ho vinto una borsa Fulbright e sono andato a studiare alla University of California (Loas Angeles, prima e Berkeley dopo) ho scoperto un altro pianeta. E mi sono reso conto della distanza abissale che separava la mia esperienza universitaria: di colpo mi è apparsa totalmente inadeguata e insoddisfacente. Da questo punto di vista Erasmus può essere un momento importante per rendersi conto di quanto le nostre università siano distanti da quelle di altri paesi: ma si tratta di un’esperienza che è stata fatta solo dal 5% dei laureati del 2008. (Su quanto un’esperienza all’estero renda gli studenti più critici verso la realtà universitaria nostrana ti rimando al video di Mattia Bacchetti & Co. Unimore Vs. Oslo).

Wifi in università

05/25/2009

Flavio Maiocco mi scriveva tempo fa:

[segnalo] questo articolo/indagine http://www.pitelefonia.it/p.aspx?i=2242134 su un argomento che mi sta molto a cuore, ovvero quello del WiFi nelle Università italiane, con numerose testimonianze dirette degli studenti di tutt’Italia (ma Reggio Emilia se non ho letto male manca, e si potrebbe colmare in qualche modo questa lacuna) sul tema.

Ho tenuto questo commento nel cassetto per qualche mese. Ma adesso mi è tornato di attualità. Un paio di giorni fa ho letto che, grazie al terremoto, gli studenti dell’università dell’Aquila avranno (entro tre mesi) una rete wi-fi gratuita! Wow! Non mi auguro il terremoto per avere altrettanto nelle altre università italiane, Reggio Emilia inclusa. Mi domando solo come mai nei campeggi dove sto girando in questo periodo il wi-fi c’è nel 90% dei casi. Di solito è gratis, in qualche caso a pagamento: questo che sto usando adesso è lo stesso servizio che mi ero già trovato in un albergo a Venezia (3 euro per 1 ora, ottimo segnale e buona velocità). Mah.


Troppi laureati in Cina

05/11/2009

E’ il succo di un articolo a firma di Ian Johnson ( China Faces a Grad Glut After Boom at Colleges, Wall Street Journal 28.04.2009). Qui qualche highlight:

  • Up to one-third of last year’s 5.6 million university graduates are still looking for work, and this year will see another 6.1 million hit the labor market.
  • In 1998, 3.4 million Chinese attended university. By last year, the number was 21.5 million.
  • While experts say the country needs midlevel technical staff, many of these universities have tended to lure tuition-paying students with programs such as English, tourism, government, journalism and law. These are cheap — no large outlays for equipment are necessary — and appeal to Chinese sensibilities, which see education as a path to a government or other white-collar position, and not as training for a technical job.

C’è qualcosa che suona familiare?


Se stai a casa impari lo stesso

04/30/2009

ogni tanto salta fuori dal cappello la questione della frequenza. L’anno prossimo (2009-10) da noi sarà ufficialmente proibito rilevare la frequenza degli studenti alle lezioni. No problem: mi adeguerò e risparmierò un sacco di tempo e di problemi. Eviterò anche di avere in aula qualche studente presenzialista ma poco partecipe. La lezione diventerà più simile ad un incontro con pochi interlocutori interessati. Essendo pochi staremo meglio. Li conoscerò meglio e, va da sé, per loro l’esame diventerà una passeggiata. Gli studenti che staranno a casa o altrove seguiranno il sillabo passo passo e, sono certo, alcuni di loro presenteranno all’esame degli splendidi e-book (come, del resto, succede già ora).

So far so good. Rimango quindi perplesso quando, navigando sul web, scopro che, soprattutto all’estero, ci sono corsi (in qualsiasi area) e università in cui la frequenza è obbligatoria. Caspita, ma possibile che non si siano resi conto dei problemi cui vanno incontro? Problemi creati dalla frequenza obbligatoria? Certo, guarda qui:

  • sbadigli e chiacchericcio in aula (da parte degli studenti che, altrimenti, sarebbero stati assenti)
  • aula piena e magari posti in piedi o per terra
  • eccessiva temperatura nell’aula: una persona produce calore equivalente ad una lampadina da 150 watt
  • conduzione dell’aula più complessa per il docente
  • difficoltà di visione di slide dalle ultime file
  • critiche sui media per l’attacco al diritto allo studio (lo studente che lavora ha difficoltà a frequentare)
  • calo delle iscrizioni e migrazione verso facoltà dove la frequenza rimane un optional.

Va da sé che la non frequenza alle lezioni (all’università) apre prospettive interessanti. Se l’apprendimento è uguale tra frequentanti e non frequentanti (se non lo fosse la frequenza sarebbe obbligatoria), a questo punto si possono anche eliminare del tutto le lezioni in aula. Non parlo di sostituirle con le noiosissime video-lezioni ma di eliminarle e basta. Si pubblica il programma su Internet e poi arrivederci all’esame. In questo modo si possono offrire corsi anche di docenti scomparsi (morti, trasferiti, pensionati) con un notevole contenimento della spesa pubblica. Ma l’esame? Suvvia, bastano i quiz o gli esami scritti fatti poi correggere da qualche dottorando di buona volontà e basso costo.

Come vedi, le prospettive aperte dallo scenario sono interessanti e andrebbero estese all’intero sistema scolastico. Se poi brevettassimo il metodo potremmo farci soldi organizzando corsi e seminari per insegnarlo a università che non l’hanno ancora scoperto (Harvard, Yale, Berkeley, Stanford, ecc.).

? Quanto hai appena letto è un po’ surreale ma non troppo. La faccenda della frequenza ai corsi universitari è complessa e potrebbe essere oggetto di una tesi di laurea. Prima però di scegliere un tema del genere e di proporlo al relatore/relatrice accertati bene delle sue opinioni in proposito.


Università italiana in Svizzera

04/28/2009

UNISI è l’Università della Svizzera Italiana: un’università che parla italiano ma che presenta l’efficienza, l’ordine e la chiarezza propria della Svizzera. Guarda un po’ qui:

e poi le altre cose interessanti le lascio a te da scoprire. Ti posso garantire che ce ne sono un sacco. Se sei uno studente dei miei corsi fai tu la tua caccia al tesoro e poi invia un commento per segnalare quello che hai trovato e che, a tuo parere, potremmo copiare dagli Svizzeri.


Ma cosa pensano di imparare

04/25/2009

Ricevo questo commento:

“siamo 4 studentesse che hanno frequentato le prime 2 lezioni con lei e le chiedevamo, avendo solo un portatile a disposizione, se si poteva lavorare in gruppo nella creazione del materiale prevista dal sillabo e poi eventualmente modificare leggermente i file prodotti per ognuna di noi. Grazie”

Prego. I telefonini saranno 4 ma il pc è 1 solo, tanto a cosa vuoi che servano Internet e i programmi? Nulla, così come non serve nulla venire a lezione. Non sarebbe il caso di avere un colloquio con un adulto di buonsenso per avviare una riflessione sul senso di “essere all’università” in questo modo?

Comunque va bene così: Comunicazione non è una facoltà iperselettiva e un 18 alla fine lo prendono tutti. E poi, suvvia, l’importante alla mia età è non annoiarsi: ti posso garantire che l’università italiana mi garantisce sorprese e sorpresine ogni giorno.


Protetto: UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici)

04/23/2009

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A cosa serve questo blog

04/20/2009

Questo blog ha avuto inizio nell’ottobre 2007. E’ passato un po’ di tempo e vale la pena fare il punto. Innanzitutto, qualche numero:

189.000 visite
1914 commenti
560 post (circa uno al giorno)
7 pagine
31 categorie
890 tag.

Il blog mi ha permesso di realizzare vari obiettivi e cammin facendo ha rivelato la sua natura e utilità ( post che cos’è un blog). Tra le sue utilità maggiori rilevo le seguenti:

  • rendere la didattica trasparente e aperta a tutti ( post Blog e didattica).

Last but not least, un blog è a costo zero e può offrire gratificazioni simboliche non indifferenti: in un’università in cui la didattica è vista spesso come attività secondaria da studenti e docenti, il vedere che ciò che si scrive interessa studenti e non studenti fornisce feelings positivi. Oggi è lunedì e piove: scrivere questo post non fa venire il sole ma di sicuro migliora il mio mood. Penso che sia la stessa sensazione che provano milioni di bloggers in giro per il mondo. O no?


Vignette e libri sull’accademia

04/14/2009

Michael Montanari, laureato in SCO qualche tempo fa, mi invia questa vignetta davvero lieve e simpatica:

PhD Comics

PhD Comics

L’autore è Jorge Cham: pensa un po’, uno che ha un PhD (dottorato di ricerca) in Ingegneria Meccanica all’università di Stanford e che (mi pare di capire) campa felicemente disegnando. E’ un sollievo vedere e leggere le sue storie ( The 200 most popular comics). Avevo proprio bisogno di qualcosa che parlasse di accademia in modo leggero e ironico dopo aver finito I Baroni di Nicola Gardini ( scheda): un ritratto impietoso e inquietante della classe accademica italiana che consiglio a chiunque abbia una vaga idea di intraprendere la “carriera accademica“.


Cosa fanno i laureati SCO del 2007

04/09/2009

Il Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea ( sito web) ha rilevato nel 2008 la condizione dei laureati del 2007. Per quanto riguarda il corso di laurea triennale in Comunicazione di Unimore questi i dati più salienti:

  • 197 intervistati su 211 laureati (tasso di risposta = 91%)
  • 111 su 197 lavoravano già al momento della laurea
  • tra quanti non lavoravano (86):
    • 3,6 anni la durata degli studi
    • 23,6 anni l’età alla laurea
    • 95 il voto di laurea
    • 48% è iscritto ad una laurea specialistica e di questi il 41% nella stessa facoltà di Unimore
    • 51% lavora
    • 15% cerca lavoro.

    [AlmaLaurea, Indagine 2008, dati laureati triennali Unimore SCO]

Aldilà dei dati statistici, se l’argomento ti interessa, dai un’occhiata ai commenti al post Che lavoro fanno i laureati SCO del 2008.


Entrare all’università diventa più difficile

03/31/2009

non sto parlando dell’Italia dove si può liberamente entrare in quasi qualsiasi facoltà senza alcuna limitazione o selezione. Non hai studiato il latino alle secondarie? E che problema vuoi che sia se ti interessa iscriverti a Lettere Classiche? La nostra atavica capacità di arrangiarci (e arrampicarci sugli specchi) ti permetterà di farlo. Difficilmente arriverai alla laurea ma questa è un’altra storia: a parole il nostro sistema universitario rimarrà il più aperto e democratico che ci sia al mondo.

E’ nelle migliori università USA che è diventato più difficile entrare e questo malgrado la crisi che dovrebbe spingerle a minore selettività per aumentare il numero dei clienti paganti. Leggo tutto ciò in For Top Colleges, Economy Has Not Reduced Interest (or Made Getting in Easier) un post pubblicato sul blog The Choice di New York Times. Qualche curiosità:

  • le migliori università comunicano in questo periodo (inizi aprile) ai candidati l’esito delle loro domande di ammissione
  • Harvard accetterà l’8% delle oltre 29.000 domande ricevute
  • i candidati ammessi devono decidere se accettare di iscriversi entro il 1° maggio.

Ah già, curiosa l’idea del New York Times di dedicare un blog al problema dell’ammissione all’università: quale quotidiano nostrano prenderebbe mai un’iniziativa del genere?

PS: oggi leggo un articolo (Paying in Full as the Ticket Into Colleges, New York Times, 31.03.2009) secondo cui la crisi faciliterebbe l’ammissione degli studenti di mediocre capacità ma in grado di pagare le tasse universitarie.