Curiosa la faccenda della frequenza ai corsi universitari in Italia: di solito è considerata un optional. Lo studente frequenta i corsi che vuole e nel modo che vuole. Alcuni li vedi all’inizio del corso e poi ogni tanto. Altri non li vedi proprio mai. Certi li vedi sempre: ma sono una minoranza. Ciò detto, con il solito motore, ho fatto una ricerca sul tema della frequenza. Qualcosa c’è:
- La Facoltà di Scienze della Comunicazione di Roma 1, ad esempio, afferma che “la frequenza dei corsi costituisce un elemento fondamentale della formazione, sia da un punto di vista della normativa (la frequenza in aula costituisce una parte dell’impegno previsto per l’ottenimento dei crediti formativi), sia soprattutto dal punto di vista sostanziale, per l’acquisizione delle competenze previste negli obiettivi didattici. Ciò vale soprattutto per le lauree specialistiche, nelle quali le competenze da acquisire, per loro natura, sono difficilmente riassumibili nei soli testi scritti.”
a questo punto, cosa pensi che abbia deciso di fare quella facoltà? Pensaci e poi guarda la risposta…
Ma cosa succede nelle altre facoltà di Scienze della Comunicazione? Se cerchi, spesso troverai che “la frequenza è facoltativa ma è vivamente consigliata“: ma quale docente direbbe mai per i suoi corsi che “la frequenza è facoltativa e sconsigliata“.
E all’estero? Anche in California, con il bel sole che c’è e le onde di 2 metri bisogna frequentare? Cosa cerchi per vedere come stanno le cose là?
Pubblicato da cordef